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di Marco Interrante | Discussione

 

A mio zio Gianni, il cui spirito di sperimentare sempre nuove cose mi portò, in un lontano giorno, a fare la conoscenza anche con questa affascinante “creatura meccanica”…

Ovovia – Aprica – Palabione anni ’70 ed ’80: i miei ricordi

La vecchia – ed ormai dismessa- cabinovia che collegava l’abitato dell’Aprica con il monte Palabione suscitò su di me un fascino particolare sin dalla prima volta che la vidi. Credo che fosse addirittura il lontano 1977 quando mio zio portò per la prima volta a sciare all’Aprica il nipotino che allora aveva 7 anni e che oggi, anche per non dimenticare, ha scritto queste righe.

Le piccole cabinette a forma d’uovo gialle e rosse, le grandi pulegge delle stazioni, i cadenzati rumori metallici che nel silenzio dei mattini innevati di fresco si spandevano tutto intorno, i tralicci immersi tra le braccia rudi e muschiate dei larici…insomma, come detto, fu amore a prima vista.

Sinceramente a me dello sci poco importava; l’importante era entrare nella stazione di partenza dell’ovovia, da dove un grande marchingegno d’acciaio, cemento e funi rotanti mi avrebbe portato sopra la nebbia della pineta e ad un passo dal cielo…

Riferimenti: quando nella descrizione si parla di parte destra o sinistra di ciascuna delle 2 stazioni dell’impianto, si consideri come riferimento un ipotetico osservatore che si trova in una delle 2 stazioni ed offre le spalle al fondo della stazione medesima e lo sguardo alla parte di arrivo/partenza delle cabine.
Quando si parla di lato esterno, si intenda quello che guarda lateralmente alle 2 vie di corsa delle cabine, mentre per lato interno (mediale) si intenda quello che guarda verso lo spazio compreso tra le 2 vie di corsa delle cabine.

PREMESSA: tutto quanto viene riportato nella seguente descrizione è basato unicamente sui miei personali ricordi risalenti a circa 20 anni fa e/o è evinto dalle pochissime fotografie in mio possesso. Pertanto sono possibili errori, imperfezioni od omissioni. Inoltre, non avendo io nessuna particolare competenza in materia, né essendomi documentato, tutto quanto viene detto nel testo è paragonabile al risultato della semplice osservazione e deduzione di un comune osservatore che si è servito dell’impianto. Sempre per questi motivi, la descrizione – pur trattando talvolta l’argomento con una certa dovizia di particolari – prescinde sempre e comunque dagli aspetti meramente tecnici dell’installazione.

 

DATI TECNICI:

• Cabinovia bifune (portante + traente) a moto unidirezionale continuo, ammorsamento automatico
• Lunghezza: m 1650
• Dislivello: m 520
• Portata: 700 persone/h
• Costruttore: Badoni

 

STAZIONE A VALLE.

La stazione di valle era costituita da uno spartano capannone in cemento armato con tetto a 2 falde sorretto da travi pur esse in cemento armato; tutti i pilastri ed i muri non erano intonacati, né verniciati e l’arredo interno era ridotto al minimo essenziale: in sostanza non v’era nulla!

Sul terreno antistante al capannone, spostata verso destra, era presente una serie di 4, forse 5, tozzi pilastri in cemento armato alti qualche metro, le cui teste erano connesse tra loro mediante una “trave” longitudinale mediana sempre in cemento armato; tale sistema di pilastri reggeva – tramite appositi sostegni metallici - un tratto di rotaie metalliche per la corsa delle cabine che poi si continuavano all’interno della struttura. Sul retro del capannone era, invece, presente l’elemento più caratteristico di questa stazione e tuttora esistente: un torrione a sezione circolare leggermente rastremato verso l’alto e sormontato da un tetto a cono piuttosto spiovente con tanto di galletto segnavento in testa; alla base della torre era ricavata la biglietteria.

Si accedeva tramite una piccola rampa posta alla sinistra del torrione e, varcata una porta, ci si ritrovava direttamente nella sala principale. Qui non poteva passare inosservato l’impianto delle guide sospese alla travatura superiore che servivano a sorreggere le cabine durante il transito e l’inversione di marcia: immaginando l’arrivo di una cabina, questa giungeva presso l’imbocco frontale della stazione sul lato destro della serie di piloni in cemento dove le ruote salivano sulla rotaia e lasciavano la fune portante. Poco più avanti avveniva lo sgancio anche dalla fune traente. La rotaia entrava in stazione e, con una leggera pendenza, si portava verso il fondo dell’edificio; qui deviava leggermente verso l’esterno e quindi descriveva un semicerchio per il girostazione, al termine del quale deviava di nuovo, questa volta verso l’interno, e proseguiva nella trave di lancio, questa leggermente inclinata verso il frontale.

Per la precisione, la guida era doppia giacché era costituita da un binario superiore per la corsa dei rulli del carrello delle cabine e da una coppia di guide inferiori e fronteggiantesi tra le quali passava, tramite interposizione di un’abbondante strato di grasso, la sospensione delle vetture, in modo da impedire le oscillazioni trasversali soprattutto durante la salita e la discesa delle persone. Il personale di servizio attendeva la cabina alla fine della trave di rallentamento, quindi apriva la porta e faceva scendere i passeggeri (i quali uscivano tramite una porta posta nell’angolo posteriore destro della stazione); poi spingeva la cabina lungo il tratto a semicerchio, all’uscita del quale avveniva la salita dei nuovi utenti. Una volta richiusa la porta, la cabina si arrestava presso un dispositivo di blocco posto sulla guida superiore.

La spaziatura era effettuata manualmente tramite una sorta di quadrante di orologio posto sul soffitto ed azionato, a mezzo cardano, dalla puleggia sospesa di sinistra di cui si dirà. Quando la lancetta aveva compiuto un giro completo, l’operatore - “kleng” - disarmava il blocco meccanico tramite un pendino metallico e dava una spintarella alla cabina. Questo era il momento più emozionante: la cabina, con un gran rumore simile a quello di un carrello ferroviario (o, meglio, di una vettura da ottovolante), prendeva rapidamente una certa velocità e, presso l’uscita del capannone, si ammorsava automaticamente alla fune traente non senza scossoni ed oscillazioni varie; quindi iniziava a risalire impegnando il tratto di guida esterno. Poco dopo e all’improvviso, tutti i rumori di sferragliamento cessavano e restava solo un lieve ronzio dovuto allo scorrere delle ruote sulla fune portante: il viaggio era iniziato!

Ritornando alle guide, vi è da aggiungere che oltre a quella descritta, sul lato sinistro della stazione, esistevano anche un paio di “rotaie morte” (vale a dire senza sbocco) sulle quali, azionando appositi deviatoi, si potevano ricoverare le cabine a termine servizio o quelle in avaria.
L’altro elemento che balzava subito all’occhio a chi si trovava all’interno della stazione erano 4 grandi pulegge, del diametro di almeno un metro e mezzo, e le cui vele erano suddivise in 6, forse 8, spicchi verniciati alternativamente in rosso fuoco e verdone, colore quest’ultimo impiegato del resto per tutte le guide e le strutture metalliche di sostegno.
Due di queste ruote, in vorticoso movimento, si trovavano sospese al soffitto, una per lato, presso il fondo del salone: su di esse scorreva la f. traente che, superata la puleggia di destra, si dirigeva con un angolo piuttosto brusco verso l’alto e – attraversando dei fori praticati nelle strutture in cemento armato reggenti il tetto – entrava in una feritoia aperta sul frontale del torrione; da una seconda feritoia, la fune usciva e, con percorso inverso, raggiungeva la puleggia sinistra. Nella torre la fune traente veniva tensionata da un contrappeso verticale.
Le altre 2 pulegge, invece, erano immobili e sporgevano per circa la metà dal piano del pavimento nella parte mediana del salone, più o meno a mezza distanza tra entrata e fondo dello stesso; su ognuna di esse si avvolgevano, per circa ¼ di circonferenza, le f. portanti la quali, provenendo dall’alto, si portavano verso il seminterrato dove si trovava il sistema di contrappesatura.

 

LE CABINE.

Le cabine offrivano alla descrizione 6 superfici: una anteriore ed una posteriore (secondo il senso di marcia), una laterale esterna, una laterale mediale, il tetto ed il fondo. Queste superfici, realizzate in lamiera, presentavano un andamento convesso, particolarmente evidente nelle parti anteriore e posteriore, cosicché, dall’unione dei 6 pezzi, ne risultava una sorta di “grande uovo” dalle forme un po’ squadrate.

I finestrini erano 4: 2 (“parabrezza”) si trovavano sulle parti anteriore e posteriore, erano in materiale plastico azzurrato bordato da una grossa guarnizione in gomma nera ed avevano una forma arrotondata che si spingeva per una decina di centimetri anche sulle fiancate; gli altri 2, di forma quadrangolare, si trovavano sulla faccia mediale ed sulla porta. Quest’ultima, presente sul solo lato esterno, era, originariamente, ad unico battente e veniva aperta e chiusa solo dall’esterno tramite una chiave a sezione triangolare in dotazione al personale. Poco sotto i finestrini anteriore e posteriore, erano applicati 2 paraurti per preservare le cabine dagli inevitabili urti durante il rimessaggio.

Superiormente ai paraurti v’era un passaggio che si continuava, verso il basso, nel portasci, costituito da una sorta di contenitore a forma di tronco di piramide allungato con apice inferiore rivolto verso lo spazio intermedio alle 2 vie di corsa dell’impianto, di modo che le punte degli sci in esso inseriti, fossero sempre indirizzate dalla parte opposta a quella dei tralicci di sospensione delle funi.

Sulle 2 fiancate erano aperte una serie di 3 o 4 piccolissime feritoie che dovevano servire al ricircolo dell’aria nell’ambiente interno. Questo, piuttosto angusto, poteva ospitare 4 persone che trovavano posto su 2 sedili in plastica a 2 posti posizionati uno in fronte all’altro. Dall’interno si vedeva il semplice telaio in tubolari che sosteneva le lamiere, la cui superficie era trattata con una particolare vernice antirombo argento-grigiastra nella quale erano “annegati”, in maniera casuale, dei fasci di fili simili alla canapa (forse un tentativo di isolamento?). Sul fondo, una lastra di acciaio zincato antisdrucciolo fungeva da pavimento.

Il sistema di sospensione comprendeva un “piede” a forma di tronco di piramide e dislocato trasversalmente al senso di percorrenza, incernierato al tetto della cabina tramite appositi fissaggi e dalla cui estremità esterna si innalzava lo stelo, a sezione rettangolare, che era pertanto eccentrico rispetto la mezzeria della cabina. Sul “piede” era riportato il numero identificativo di ogni cabina. Alla sommità dell’asta – verniciata in grigio, ma con eccezioni ad esempio di colore “aragosta” - si trovavano, inferiormente, 2 morse automatiche per la fune traente e, superiormente, 2 carrelli a 2 ruote ciascuno per lo scorrimento sulla fune portante.

Tali organi erano montati verso l’interno dello stelo dimodochè – data la già citata eccentricità dello stelo stesso – venivano, in definitiva, a trovarsi in posizione centrale rispetto la cabina. Le 2 morse portavano verso l’esterno un volantino ciascuna simile ad una piccola ruota dentata; verosimilmente tale elemento serviva per la taratura delle morse medesime. Infatti ricordo che i denti inferiori di tali volantini erano verniciati con una mano di bianco: se l’operatore di stazione notava che la zona bianca dei volantini non era più rivolta inferiormente come doveva, allora – tramite un’asta – riportarla in posizione.

Durante la loro lunga carriera, le cabine furono oggetto di alcune modifiche. Per quanto concerne la livrea, originariamente erano verniciate in ugual numero in rosso fuoco e giallo carico, ma alla fine degli anni settanta (e non ho idea per quale motivo), le unità rosse erano già piuttosto rare. Agli inizi degli ottanta, invece, si optò per una livrea bianco panna applicata progressivamente a tutte le matricole. L’ultima modifica in ordine di tempo che io ricordi fu la sostituzione della porta a battente con 2 antine scorrevoli le quali – se la memoria non mi inganna – erano dotate di un meccanismo meccanico che operava la loro apertura e chiusura in stazione in maniera automatica.

 

GLI ORGANI DI SOSPENSIONE DELLE FUNI.

I sostegni per le funi erano rappresentati da 9 tralicci numerati in ordine crescente dalla stazione a valle verso quella a monte a mezzo di tondi metallici con cifra bianca su fondo rosso applicati presso la sommità dei tralicci stessi. Questi presentavano una parte inferiore a tronco di piramide che si risolveva in 4 piedi imbullonati su un plinto in cemento armato affossato nel terreno.

Superiormente il traliccio era, invece, costituito da una sezione parallelepipeidale alquanto allungata. Ogni traliccio recava 2 coppie di bracci: una prima coppia si trovava all’apice superiore e sosteneva, su ogni lato, una scarpa lievemente convessa e recante una fodera nella quale alloggiava la fune portante. La seconda coppia di bracci era collocata molto più in basso e sosteneva, ad ogni lato, da 1 a 4 rulli sui quali poteva scorrere la fune traente. L’uso di questi rulli era, tuttavia, discontinuo: infatti la traente li contattava periodicamente allorché nessuna cabina si trovasse presso il traliccio: in tale momento, infatti, la parte centrale del tratto di traente posto tra 2 cabine consecutive e pendente verso il basso, si inseriva tra delle apposite guide sporgenti superiormente ai bracci inferiori del traliccio e, adagiandosi sui rulli, li poneva in rotazione. Quando, al contrario, una cabina era sufficientemente vicina al traliccio, il tratto di fune traente interessato si trovava sollevato dalle morse automatiche e pertanto le rulliere del traliccio erano libere ed inattive.

Il traliccio era poi completato da una scala di risalita metallica protetta da una gabbia tubolare e da una ulteriore coppia di falconi atti al sollevamento della fune portante dalle scarpe o della traente dai rulli durante la manutenzione.

Ricordo che il traliccio più “spettacolare”, per via della sua altezza, era il secondo: difatti tra il numero 1 ed il numero 2 la campata era particolarmente lunga e le cabine si sollevavano per qualche decina di metri da terra offrendo al passeggero una spettacolare panoramica sul centro abitato. Gli altri 7 tralicci, invece, erano immersi nella pineta, meno alti, più ravvicinati tra loro e posizionati ad intervalli più uniformi. La colorazione dei tralicci era originariamente di un giallo brillante, ma già a metà degli anni settanta furono riverniciati in verde scuro, colore che mantennero fino allo smantellamento dell’impianto.

 

STAZIONE A MONTE.

La stazione a monte era, se possibile, ancora più spartana di quella a valle. Era costituita da un capannone a pianta rettangolare in cemento armato “nudo” con tetto a 2 falde sorretto da travatura pur essa in cemento armato. Lungo i fianchi era presente una serie pressoché continua di finestrini quadrangolari. L’edificio presentava 2 piani: al piano terra erano ricavati l’ingresso passeggeri, vari locali e spazi aperti a funzione di deposito e la sala macchine. L’accesso avveniva tramite uno scivolo in cemento seguito da una rampa di scale; ricordo che, a causa della formazione di ghiaccio sullo scivolo e della “pedata” piuttosto stretta della scala, i passeggeri che indossavano i rigidi scarponi da sci trovavano non poche difficoltà nel superare senza cadute queste strutture. Il piano superiore dell’edificio era, invece, riservato al transito delle cabine.

Frontalmente alla stazione era sottesa una rete metallica orizzontale ancorata, da un lato, al piano che separava l’ambiente inferiore da quello superiore e, dall’altro, ad una coppia di piloni in cemento armato. Tale rete proteggeva una sottostante pista da sci da eventuali cadute di sci o altri attrezzi inseriti nei portasci delle cabine.

Per quanto concerne l’impianto rotaie per il girostazione, questo ripeteva – in generale – quello della stazione a valle, cui pertanto rimando la descrizione; non vi erano, però, tratti di guida esterni alla stazione, come descritto per la struttura a valle. Anche sul lato sinistro della stazione a monte si trovavano un paio di “rotaie morte” per il rimessaggio. Su una di queste era sempre “parcheggiata” la cabina modificata per il pronto soccorso: era questa una vettura verniciata in bianco con tanto di pittogramma “croce-rossa” sulla fiancata che presentava, sui lati anteriore e posteriore, 2 cofani sporgenti da sotto il filo inferiore dei parabrezza. Questi cofani, includendo tra loro la metà inferiore della cabina, andavano a creare una sorta di “sarcofago volante” nel quale, attraverso una botola posta frontalmente, si poteva inserire una barella per il trasporto degli infortunati. Immaginando il viaggio di discesa di uno di questi sfortunati, questo doveva essere tutt'altro che rassicurante a causa dell’ambiente claustrofobico e del fatto che nella cabina non potevano trovare posto altre persone.

Riguardo il percorso delle funi in stazione, le 2 portanti, abbandonate le cabine, piegavano verso il basso e si inserivano in 2 strutture metalliche, alte circa 1 metro, a forma di triangolo - rettangolo con cateto più breve verticale e rivolto frontalmente, quindi nel senso di discesa delle funi . Tali manufatti erano posti in posizione mediana sul pavimento, a circa metà strada tra frontale e fondo dell’edificio e, presumo, che essi rappresentassero gli ancoraggi delle funi stesse.

La traente di destra, sganciatasi dalle morse poco dopo l’ingresso in stazione, giungeva verso il fondo dell’ambiente, ma prima del tratto di inversione della guida; qui compiva ¼ di giro su una grande puleggia, protetta da rete antinfortunistica, del tutto analoga a quelle già descritte per la stazione a valle, ma collocata in basso e sorretta da un paio di pilastri ed impegnava un foro sul pavimento. Riemergeva, tramite un secondo foro, in posizione parallela qualche metro più a sinistra, dove – avvolgendosi su una seconda puleggia gemella alla prima – scorreva verso l’apertura della stazione poco prima della quale avveniva il serraggio alle cabine. La disposizione delle pulegge verticali consentiva di deviare fune verso l'argano con puleggia motrice posto al piano inferiore.

Da ormai diversi anni, della vecchia “ovovia” del Palabione non esiste più nulla o quasi: solo la torre ed un tratto del vecchio edificio a valle sono rimasti a testimonianza dei vecchi tempi. Al suo posto è stato attivata un nuova cabinovia più moderna, funzionale e soprattutto sicura.

Ma non c’è febbraio, mese in cui raggiungevo con i miei zii l’Aprica per la settimana bianca, in cui non mi tornino alla mente quelle piste da sci, quella pineta innevata, quell’alberghetto al profumo di pizzoccheri e, naturalmente, quell’impianto. E, in queste occasioni, mi sembra ancora di udire il rumore delle cabine che partono: “Kleng, tatatlen, tatatlen, tatatlen, zzzzzzzzzz”.

 

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Ultimo aggiornamento della pagina: lunedì 23 aprile 2007 16.53.58

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