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L’EPOPEA NOSTRANA DI UNA
SEGGIOVIA FATTA A MANO di Silvia
Leoncini
Sessant’anni fa e’ nata a
Frabosa Soprana la seggiovia piu’
lunga d’Europa
E’ una sera di novembre e sono
seduta attorno al grande tavolo della
cucina dell’Albergo Edelweiss a
Frabosa Soprana, in mezzo a Frabosani
Doc e ad altri di adozione.
Due signori gia’ “di età”, ma
decisamente pimpanti, se la stanno
raccontando, in dialetto stretto, dei
bei tempi passati e di quando Frabosa
decise di promuoversi e diventare una
stazione sciistica “moderna”, cioe’
dotata di impianti di risalita.
Noi altri “piu’ giovani” –tutto e’
relativo!- stiamo cercando di non
perdere il filo, ma non e’
facilissimo, perche’ parlano entrambi
contemporaneamente con grande
eccitazione.
Eppure siamo tutti qui per ascoltare
il racconto degli epici inizi della
stazione sciistica, percio’
supplichiamo per un po’ di ordine.
Per non mettere in soggezione
nessuno, non uso il registratore:
spero mi bastino carta e penna.
“Parla ti!” dice Vincenzo Bertolino
“No, parla ti!” - ribatte il suo amico
Bruno Liprandi, l’albergatore che ci
ospita.
E alla fine Vincenzo non si fa
pregare: sorride, nasconde per un
istante il viso con una mano, come per
timidezza, tenta di incassare la testa
tra le spalle, e poi incomincia: e’
del 1925, ed e’ stato il primo
macchinista della storica seggiovia di
Monte Moro, ma e’ anche giovanile,
simpatico e brillante, ricorda alla
perfezione tutto di quegli anni, e ne
parla con incredibile entusiasmo, come
se si trattasse di raccontare
dell’incontro con la donna della sua
vita… e tra parentesi c’e’ anche
questo, nella storia.
"la
nostra era la piu’ lunga e la piu’
bella di tutte"
“La seggiovia era bella… e poi non
ce n’erano mica tante in Piemonte… la
ditta Marchisio, che l’ha costruita,
nel 1948 ne ha impiantate tre: a
Limone Piemonte sulla pista del Cross,
a Clavière sui Monti della Luna e qui
da noi, solo che la nostra era la piu’
lunga e la piu’ bella di tutte, anzi
la piu’ lunga d’Europa.
L’idea l’hanno avuta un po’ tutti i
Frabosani e gli albergatori insieme a
Genio Bonicco (Eugenio, n.d.r.), che
era squadra con Zeno Colo’, ed e’
stato alle Olimpiadi di St.Moritz, e
aveva visto le stazioni moderne. Lui
andava forte: non come Colo’, perche’
mi ha raccontato che la volta che e’
andato piu’ forte Zeno gli ha comunque
dato 5 secondi, ma andava forte, era
nei primi 6 della squadra, e diceva
che ci voleva la seggiovia.
I soldi -eravamo nel ‘48 e ce n’erano
pochi- ce li ha messi la famiglia
Tomatis, originaria di Magliano Alpi,
titolare della Benese Autolinee, e ci
son voluti 25.000.000 di lire per fare
l’impianto.
Il tracciato l’ ha fatto Genio, che
era l’unico che capiva qualcosa
davvero di seggiovie e ne aveva viste:
e’ salito lungo la diretta del Moro a
tagliare gli alberi, e li’ noi abbiamo
messo su i pali.
La Societa’ proprietaria della
seggiovia si chiamava SICAV e gestiva
anche la Grotta di Bossea:
amministratore era il dott. Chiesa,
presidente della Camera di Commercio
di Cuneo, mentre il Sig. Tomatis era
il presidente, e poi c’era il cav.
Loser, che aveva fatto tanto per
Frabosa, ma purtroppo e’ morto subito
nel 1949.
Al suo posto, come dirigente
responsabile, e’ entrato un mio
parente, Giuseppe Bertolino.
Abbiamo cominciato il 9 settembre
del 1948 e, siccome nell’autunno non
e’ nevicato, abbiamo lavorato sempre
come muli e si e’ collaudata presto,
perche’ poi l’abbiamo inaugurata il 19
dicembre 1948 e il 24, alla Vigilia,
ha cominciato a funzionare, per
Natale.”
"la
cosa piu’ difficile e’ stata far
arrivare la grande ruota su a 1700
metri, perche’ la strada di Prato
Nevoso non c’era"
Gli brillano gli occhi: e’ commosso
e fierissimo che abbiamo interpellato
lui, e proprio lui, come “memoria
storica” dell’impresa.
“La struttura in cemento armato di
sostegno e l’orditura in legno della
copertura le ha fatte Giovanni
Liprandi, detto Giuanin D’ Ganote –a
Frabosa tutti hanno un soprannome,
n.d.r.- che era carpentiere capo,
insieme a Giuanin e Pinotu D’ Delaide,
che erano di Alma Ressia.
I pali sono stati duri da portar su, e
li abbiamo trascinati a mano, tutti
quanti.
Il motore nel 1948 era in basso per
fortuna, ma la cosa piu’ difficile e’
stata far arrivare la grande ruota su
a 1700 metri, perche’ la strada di
Prato Nevoso non c’era: e’ salita su
per la diretta, tirata, come al
solito, a spalla da tutti noi, che poi
ci fermavamo a bere alla fontana della
Milizia.”
Fa una pausa, Bertolino, perche’ e’
uno che parla con tanta gente, e lo sa
quando una pausa e’ di effetto
davvero!
E qui, nel mezzo di un’impresa
titanica da Signore degli Anelli, una
pausa ci sta, eccome.
“Per portar su la sabbia non andava
male, perche’ arrivava fino ai Lanza
con il camion e poi la portavano coi
muli Mario Caramello, insieme a I
Brusa , al papa’ di Francesco Bergonzo,
a Giuseppe Ramondetti e a Bertolino
Ninu, il papa’ di Guido , ma il
cemento ce lo mettevamo noi in spalla
al mattino.
Avevamo un trattore con un verricello
e 150 metri di cavo per farlo salire:
ogni giorno si andava piu’ su, poi si
lasciava li’ il trattore e la sera si
scendeva a piedi, cosi’ la mattina
dopo di buonora ci si metteva in
spalla un sacco da 50 kg di cemento a
testa e si saliva a piedi fino al
trattore, per cominciare a lavorare.
A semplificare il lavoro c’era poi un
altro trattore della ditta Cervella di
Mondovi’ e due buoi del Biondo della
Lama e il bue di un mezzadro del
parroco, che si chiamava Felice
Gastone ed era il papa’ di Beppe, quel
maestro di sci, poverino, che poi e’
morto sotto la valanga.”
Lo guardiamo tutti come un superuomo
per la sua memoria… lui sorride e
continua:
“Mario Siccardi D’ Salieri, poi, era
un toro: una volta gli han messo in
spalla 3 quintali di cemento e li ha
portati su da solo.
E la corda? La corda l’han tirata
su a mano un po’ tutti, duecento
persone almeno, che il Parroco Don
Botto aveva invitate durante la messa,
e poi andava a fermarne delle altre
per strada, perche’ era un lavoro
duro.
Abbiamo montato per ultimi i 94
seggiolini.
Alla fine tutto era pronto, e avevamo
fatto anche un punto in cui il cavo a
salire era ribassato e passava vicino
ad un assito: era su all’arrivo dello
skilift Rododendro (che e’ venuto
dopo, n.d.r., ed arrivava
all’attaccatura dei pini della cima),
perche’ mica tutti aveva coraggio per
fare tutta la discesa, e si fermavano
piu’ sotto.
Si chiamava stazione intermedia e li’
due volte e’ scarrucolato il cavo,
negli anni, perche’ la gente si
buttava giu’ male dal seggiolino.
Poi tutto era pronto, e si son cercati
gli operai per il funzionamento”
Un guizzo negli occhi, e capiamo
subito che sta per darci una notizia
importante.
“Io abitavo a Sottana, ed avevo la
patente per i camion, e non erano in
tanti ad averla in quel periodo,
quindi era fuori discussione: ero
proprio titolato a fare il
macchinista!
Insieme a me lavoravano Valerio
Scarrone (che e’ ancora un arzillo
novantatreenne, n.d.r.) e Pierino
Siccardi, detto Nebbia.
Nebbia e’ poi stato sostituito da
Pietro Roattino, detto Fifri, perche’
il tecnico torinese che aveva messo su
la seggiovia si era trasferito in
Bolivia a montare impianti e aveva
fatto andare giu’ anche Nebbia, che
per cinque o sei anni ha lavorato la’,
e insieme cercavano anche l’oro.
Quando e’ tornato, Pierino Nebbia si
e’ sposato, ha avuto tre figli ed ha
abitato all’Alma, ma e’ morto a Prato
Nevoso.
Il primo bigliettaio e’ stato
Pietro Rulfi, cioe’ Piero del Bossea,
poi sostituito tra il ’54 e il ‘59 da
Domenico Rulfi, che era studente di
Medicina (ed ora e’ il dott. Rulfi,
cui va un caldo ringraziamento per
aver letto e confermato quanto scritto
in questa intervista, n.d.r.), e
lavorava alla biglietteria nei fine
settimana in inverno, durante le
festivita’ natalizie e poi tutti i
giorni in estate, da luglio a
settembre.
Comunque alla fine era tutto pronto,
anche il Bar della Seggiovia, che era
gestito dagli stessi del Bar Aragno di
Mondovi, e si e’ fatta l’inaugurazione
il 19 dicembre.
"Il
biglietto di sola salita costava 280
lire"
Erano presenti i Sindaci di Frabosa
Soprana e Sottana, Don Botto per la
benedizione e Miss Sorriso, che era
una signorina di Savona, insieme a
Miss Valligiana, Ida Bottero.
Il biglietto di sola salita costava
280 lire normale e 250 lire ridotto,
la discesa costava sempre 150 e
l’andata e ritorno 380 lire normale e
350 ridotta.”
Restiamo tutti in silenzio, storditi
da questo resoconto d’altri tempi.
Poi la storia riprende, perche’
Vincenzo ha ancora molto da
raccontare, e c’e’ in particolare
qualcosa che gli sta a cuore.
“Nel 1950 abbiamo iniziato la
costruzione della Baita delle Stelle,
in cima, portando su il materiale con
la seggiovia, e ci abbiamo poi
lavorato tutti noi addetti all’
impianto.
Ci son voluti 2 anni, ma alla fine era
proprio bello il locale, con tanto di
doppie finestre panoramiche e terrazza
per prendere il sole, e fu dato in
gestione a Francesco De Negri che
gestiva adesso anche il bar della
Seggiovia, in basso, grazie alla
collaborazione di sua sorella
Maddalena.”
Si avverte una particolare commozione,
ma ancora non indoviniamo il perche’.
“Alla Baita delle Stelle nel ’53 ho
conosciuto mia moglie, che faceva la
cameriera lassu’, ci siamo sposati nel
’56 e mia figlia Patrizia e’ nata a
luglio del ’62 e adesso ha due figli,
mentre mia moglie, poverina, e’ morta
a 67 anni.”
E’ un momento difficile in cui
nessuno sa cosa dire, ma e’ lo stesso
Vincenzo che si riprende e chiede:
“Cosa posso raccontarvi ancora?
Le piste si battevano a piedi, perche’
i gatti sono comparsi solo nel
1968-69: la squadra dei battipista
procedeva a scaletta, come facevano i
militari, agli ordini del capo, che
era Virginio Bottero.
Per andare a soccorrere gli
infortunati si caricava il toboga su
un seggiolino, e ci voleva del tempo
prima di intervenire, perche’ la
salita durava 20 minuti.
Incidenti non ce ne sono mai stati,
per fortuna, ma a pieno carico a volte
il cavo slittava sulla ruota a valle,
perche’ il motore era in basso e
anziche’ tirare doveva spingere.
A Clavière per lo stesso motivo era
successo un incidente mortale, e il
capo macchinista era finito nei guai,
percio’ io quando c’era tanta gente
facevo passare anche dei seggiolini
vuoti, per alleggerire il carico,
anche se e’ chiaro che erano soldi che
la societa’ perdeva, perche’ quei
biglietti di salita non si
incassavano.
Quest’ operazione non era ben vista,
ma credo abbia salvato tutti da un
sacco di grane.
E comunque alla fine degli anni ’50,
in un’estate in cui al Prel avevano
messo su il tiro al piattello, ne
abbiamo portata di gente! E’ stato un
incasso enorme.
Si lavorava piu’ in estate che in
inverno, perche’ la strada per salire
al Prel ed alla Balma non c’era (e’
nata con Artesina, nel 1964 e
seguenti, n.d.r.) e con la seggiovia
potevano andar su tutti: ricordo
incassi di 700.000 lire, anche 800.000
al giorno, e la seggiovia funzionava
dall’alba al tramonto.
Poi nel 1958 e’ scaduto il collaudo
e la seggiovia e’ stata rifatta tutta:
pali nuovi piu’ grossi fissati su
nuovi plinti in cemento, una nuova
linea elettrica con pali in legno,
nuovi anche motore, riduttore e
pulegge.
Il motore e’ stato messo in alto e
funzionava meglio, perche’ tirava,
infatti il cavo non e’ mai
scarrucolato, anzi si sono montati
quasi 200 seggiolini.
Tutto cio’ che si e’ potuto si e’
portato su con la vecchia seggiovia,
prima di smontarla.
Ha portato su anche la fune, che e’
stata fatta girare nella puleggia e
tirata verso valle da un trattore: a
meta’ questo da solo non ce la faceva
e se ne e’ chiamato un secondo in
aggiunta.
Tutta l’operazione si e’ fatta in un
anno circa.
La ruota in alto e’ stata trasportata
con mezzi nostri fino al Prel, ma per
mandarla sulla cime del Moro ci e’
voluto un cingolato venuto apposta da
Villanova.
Si lavorava in tre, poi: due
macchinisti giu’, uno su, ed in
inverno uno a turno dormiva in alto,
per avviare il motore e controllare.
Ho passato tante notti alla Baita
delle Stelle… era fantastico!
Una delle cose piu’ belle che ricordo,
pero’, e’ l’eclissi totale di sole del
1961… si’, mi pare proprio che l’anno
fosse quello, perche’ mia figlia non
era ancora nata: abbiamo fatto partire
la seggiovia presto e alle 7 del
mattino eravamo gia’ su in almeno 50
persone, a vedere la luna che passava
davanti al sole, che diventava tutto
nero.
Sara’ durato al massimo 3 minuti, ma
non lo dimentichero’ mai.
Poi nel 1963 sono andato in
pensione e ho aperto una panetteria a
Cuneo, che e’ andata avanti proprio
bene, ma quelli del Monte Moro sono
stati anni magnifici! “
Tutti noi, ed in particolare io, che
ho tentato di prendere appunti, tra
divagazioni e mille interruzioni, non
possiamo che essere d’accordo: e’
stata un’epopea mitica che merita di
essere ricordata con la lucidita’ e
l’entusiasmo di cui Vincenzo
Bertolino, 83 anni il prossimo
gennaio, ci ha dato un cosi’ lampante
e suggestivo esempio.
Un cavalletto di legno fatto
di corsa appena costruita la seggiovia
perchè, a causa di un avallamento, li'
scarrucolava


Inaugurazione 19 12 1948 con Miss
Sorriso al taglio del nastro

Inaugurazione 19/12/1948 salgono i primi
sciatori

Stazione di valle

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